IL CANE PASTORE TURKMENO
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18/07/2010 - La mia intervista rilasciata ad un giornale Tagiko.



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Come avevo già anticipato al mio rientro, grazie alla mio corrispondente tagiko Daler che aveva informato un giornale di Dushambe,  del nostro viaggio in Tajikistan alla  ricerca del cane da pastore dell’Asia centrale, una coppia di giornalisti ci avevano invitati nella loro redazione per farci un’intervista, in quanto erano incuriositi di sapere perché due italiani erano partiti da tanto lontano per venire in quel paese a studiare il loro cane.

 

L’intervista durò circa 30 minuti e loro mi fecero parecchie domande in russo che l’interprete mi traduceva in inglese e la stessa cosa avveniva ad ogni mia risposta, io cercavo di spiegarmi in inglese e poi lui traduceva in russo.

Sinceramente visto il mio inglese molto povero e la completa disconoscenza del russo, non so ancora cosa ci sia scritto nell’articolo. Credo comunque di ricevere presto la traduzione e di poterla pubblicare.

 

La cosa che però mi ha meravigliato maggiormente è vedere quanto spazio ci ha dedicato uno dei più importanti giornali tagiki, con sede nella capitale Dushambe, riportando oltre alla foto anche un richiamo di notizia in prima pagina.  Io credevo sarebbe uscito un piccolo trafiletto a titolo di notizia e che non avrebbero dato molto importanza alla cosa, invece a quanto pare la nostra iniziativa di voler scoprire le radici del loro cane ha destato molto interesse. Ho poi saputo da Dalar che, in tutta la settimana successiva, si è parlato parecchio in tutta la capitale di questo avvenimento.

 

Il Tajikistan credo sia veramente una probabile patria del più antico ed originale cane da pastore dell’Asia centrale anche se per vari motivi non viene ancora considerato dagli appassionati al pari del Turkmenistan. In quello stato ho incontrato molti soggetti con predisposizione naturale alla guardia del territorio molto più spiccata che in altri stati dell’Asia centrale, oltre ad aver avuto l’opportunità di intervistare molti autentici pastori nomadi che vivono esclusivamente di pastorizia da antiche  generazioni e che utilizzano da sempre i loro cani aborigeni per la difesa dei greggi contro i predatori.

 

Ma noi non siamo stati sicuramente i primi ad andare a cercare quei cani in quanto già due anni fa una rivista cinofila russa fece un ampio servizio sui cani del Tajikistan e pubblicò molte fotografie di cani aborigeni simili a quelli che ho incontrato nelle mie varie escursioni alla ricerca dei pastori nomadi. A quella spedizione parteciparono alcuni fra i più importanti intenditori di tutto il paese, gli stessi che ho avuto modo di intervistare durante questo viaggio. Infatti furono anche pubblicate le fotografie di AMIR ABDULLOEV che io intervistai a lungo, di MANSUR TANOKOV che guidò sia me che loro alla ricerca di quei luoghi isolati.

 

La cosa veramente incredibile è che a fronte di queste fotografie pubblicate (Foto 1, Foto 2, Foto 3, Foto 4), non solo nessuno iniziò a chiedersi se il cane che stavano continuando a riprodurre in Russia poteva ancora chiamarsi cane da pastore dell’Asia centrale, vista ormai la grande differenza strutturale ottenuta in cattività ma sullo stesso numero della rivista, occupata quasi per intero dal servizio, era raffigurato un Ovcharka russo con un testone enorme e con un rilassamento delle palpebre spaventoso, quando tutti gli esperti tagiki, che io intervistai sul luogo, mi precisarono più volte che nessun rilassamento delle palpebre era mai stato presente nei cani aborigeni di tutto il continente dell’Asia centrale.

E questo non vale solo per il Tajikistan bensì anche per altri stati che ho visitato personalmente come il Turkmneistan e l’Uzbekistan, perché anche in quei luoghi quando si parla di cane da pastore per il lavoro di custodia degli animali e del territorio, i lineamenti dei soggetti si riducono sensibilmente differenziandosi quindi da cos’è oggi spacciato, anche qui in Europa, per autentico cane da pastore dell’Asia centrale.

Può ancora chiamarsi cinofilia tutto questo? E’ possibile che a nessuno venga in mente che anche nel mondo espositivo sarebbero da ritoccare alcuni parametri morfologici? Ma come si fa a continuare a preferire pachidermi da 100Kg. x 90cm di altezza a questi soggetti aborigeni con una morfologia praticamente perfetta, creata spontaneamente dalla Natura per consentirgli di svolgere al meglio il loro antico lavoro di guardiani? Chissà se nel tempo qualcosa cambierà!

 

In ogni caso, riferendomi nuovamente all’articolo apparso sul giornale di Duschambe, voglio porgere un sincero ringraziamento sia ai giornalisti che ci hanno concesso questo grande spazio che a tutti coloro che ci hanno accompagnato in quei luoghi impervi consentendoci questa significativa “avventura” cinofila.

 

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